Le imprese teramane chiedono di ripartire: “Tempi certi e regole comuni”

Le imprese teramane chiedono di ripartire: “Tempi certi e regole comuni”

Consentire la ripresa delle attività da parte di alcune filiere produttive che possono e debbono ripartire, garantendo ovviamente gli standard di sicurezza richiesti. Ma si deve anche guardare lontano: a come progettare e immaginare un futuro in cui nulla sarà come prima e lo stesso concetto di rischio d’impresa muterà di senso. Nel pomeriggio di oggi è in programma una video conferenza organizzata dal Polo del legno, arredamento e mobile (Palm) per fare il punto della situazione alla presenza del sottosegretario agli Affari esteri, l’abruzzese Ivan Scalfarotto.

Sono gli scenari prospettati dall’imprenditoria teramana, e contenuti in una nota della CNA, alla vigilia di appuntamenti decisivi per il futuro del sistema locale: un’agenda che vede come punto fermo la certezza sulle date della riapertura, che metta fine a una sorta di balletto mediatico che però vede intanto moltiplicarsi in giro per l’Italia fior di deroghe. Un caos generato anche dal numero esorbitante dei cosiddetti codici Ateco che in queste settimane hanno stabilito quali aziende potessero restare aperte e quali chiudere: una sorta di jolly che le più fortunate (o strutturate) hanno potuto pescare nelle maglie larghe delle classificazioni. Creando soprattutto “un processo disordinato e incomprensibile di riaperture affidato all’iniziativa dei singoli e alle valutazioni discrezionali” come ha tuonato la CNA nazionale.

In attesa di un riavvio ordinato e si spera celere delle attività, la richiesta di un ruolo di coordinamento nei rapporti con il governo viene richiesta al presidente della Regione, Marco Marsilio, dai diversi protagonisti del mondo dell’impresa locale. A cominciare dal presidente della Camera di commercio di Teramo, Gloriano Lanciotti, che dice: “Mi farò promotore, con gli altri organismi camerali d’Abruzzo, della richiesta di un confronto con la Regione. Ieri Marsilio ha avviato la consultazione doverosa con le forze sociali, escludendo però organismi di rappresentanza come gli enti camerali, cui pure dovrebbe essere riconosciuto un ruolo di cerniera con i sistemi produttivi locali”.

Carla Ripani, presidente regionale di CNA Federmoda: “Siamo soli e non abbiamo grandi consulenti a spalleggiarci” ha scritto tra l’altro a tanti colleghi, non nascondendo il “forte scoramento, poiché devo fronteggiare gli inevitabili tracolli che la pandemia ci sta lasciando in eredità, con la consapevolezza amara che da soli non possiamo fare molto”. Nonostante, ha aggiunto, “la nostra azienda possa garantire altissimi standard qualitativi in termini di manodopera e sicurezza sul lavoro”. Imprese in stand by, con il calendario che ricorda scadenze di pagamenti ma cancella fiere e appuntamenti con i clienti, mentre si azzerano fatturati e cresce l’indebitamento. A dar voce al comune disagio sono alcuni dei punti di riferimento dell’imprenditoria locale, che chiedono la possibilità per chi è in regola di riaccendere i motori aziendali: “Non è possibile doversi aggirare in una giungla, come quella dei codici Ateco, in cui un’azienda deve pescare, se ne ha la possibilità, il settore di attività che le permetta di restare aperti. Da settimane, cioè da quando l’emergenza si è avviata – ragiona Bernardo Sofia, presidente del Polo d’innovazione Palm, che mette assieme una cinquantina di aziende del legno, dell’arredamento e del mobile – stiamo cercando di trovare una soluzione, anche attraverso il coinvolgimento di rappresentanti del mondo scientifico e accademico”. Un altro pezzo dell’imprenditoria invita a puntare i riflettori sul dopo riapertura. “Stiamo guardando avanti, agli scenari nuovi che ci si prospetteranno. Certo, speriamo avvenga al più presto, ma dobbiamo sapere che nulla sarà come prima”, spiega Francesco Palandrani, presidente di Atea, consorzio con sede ad Alba Adriatica che mette insieme qualcosa come 55 aziende del comparto moda e pelletteria, dà lavoro a 2.500 dipendenti, e vanta oltre 108 milioni annui di fatturato. “Il problema che avremo di fronte, soprattutto noi che abbiamo nel mercato estero un punto di forza – aggiunge – è il come tornare a competere, che spaventa più del quando. Mentre ci interroghiamo sugli scenari che troveremo, sappiamo già che molte cose saranno diverse: a cominciare dal concetto di rischio d’impresa, che di fronte a fatti come la pandemia non può non essere ripensato integralmente. Da soli non sarà più possibile andare avanti, occorrerà far rete, condividere il rischio: con fornitori e clienti, ma anche con il sistema del credito. E le istituzioni, perché no: se facciamo impresa, con una responsabilità sociale di fronte alle famiglie dei nostri dipendenti, che mai come adesso sentiamo così forte, poi non si può pensare che il rischio lo si porti solo sulle nostre spalle”.

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