Ospedale Covid di Atri, la Fp Cgil: “Scelte non condivise con chi ci lavora”

Ospedale Covid di Atri, la Fp Cgil: “Scelte non condivise con chi ci lavora”

“Finalmente il contagio si è ridotto, i ricoveri sono scesi e le guarigioni aumentate, ed ancora una volta si è deciso il  futuro del San Liberatore senza neppure confrontarsi, non solo con i sindacati, ma soprattutto con i lavoratori. Scelte che di nuovo non tengono conto, nonostante non siamo più in emergenza, della salute e della salvaguardia dei lavoratori”. E’ uno dei passaggi chiave del lungo intervento di Delo Tosi (dirigente FP Cgil Abruzzo-Molise) e Natale Di Marco (dirigente FP Cgil Teramo) sul futuro dell’ospedale di Atri, covid hospital della Asl di Teramo e snodo centrale della gestione dell’epidemia sul territorio provinciale teramano.

Prima di dire la loro sul futuro del San Liberatore, i due sindacalisti ricostruiscono quanto accaduto negli ultimi 45 giorni, periodo in cui il presidio ospedaliero ducale ha fatto da argine contro il virus per decisione della Regione Abruzzo e dell’unità di crisi della Asl di Teramo: “Il personale – raccontano Tosi e Di Marco – si è ritrovato catapultato nelle unità Covid senza formazione, ad eccezione di alcune sedute formative sulla corretta vestizione e svestizione dei DPI; questo nonostante il 24 febbraio Cgil, Cisl e Uil avessero invitato la Direzione aziendale a predisporre corsi di formazione per tutto il personale dei presidi periferici”. Lacune anche nella formazione sulla corretta gestione del paziente Covid che “è stata effettuata solo con tutorial presenti sul portale”. La riconversione dell’ospedale avvenuta in 24 ore “senza la presenza ed i consigli di un virologo o un infettivologo” ha lasciato il personale sanitario “senza direttive ben precise, disorientato, confuso e spaventato, solo” in quella che viene definita “un’impresa epica”, cioè “predisporre reparti e percorsi idonei, persino trasformare una sala operatoria in una Rianimazione”. I due sindacalisti tornano a denunciare che “durante l’emergenza il personale dei reparti ha lavorato con un numero di DPI insufficienti, utilizzando talvolta mezzi di fortuna e spesso costretto a rimanere vestito con le tute di protezione, all’interno della zona infetta, per sette o dieci ore senza neanche avere la possibilità di cambiarsi per andare al bagno, perché dopo non c’erano a disposizione tute di protezione di ricambio”. Per far comprendere la drammaticità della situazione basta leggere quanto scrivono Tosi e Di Marco sul personale femminile, “talvolta costretto ad indossare mutandine assorbenti monouso per le funzioni fisiologiche ove queste si fossero presentate”. Il personale “spesso ha prolungato l’orario di servizio per effettuare accuratamente la fase di vestizione e svestizione per evitare di rimanere contagiati o diffondere il virus all’esterno. A fine turno – aggiungono i rappresentanti della Fp Cgil – molti operatori, sudati e disidratati, non avevano neanche la possibilità di farsi la doccia”. Enormi difficoltà sono state vissute anche dai medici: “Chirurghi, ortopedici, cardiologi e urologi si sono trasformati in internisti per contribuire alla lotta contro il virus – affermano Tosi e Di Marco – ma sicuramente il fardello più pesante è stato sopportato dai medici internisti e dagli anestesisti che, in sei, hanno dovuto gestire le numerose emergenze e i pazienti critici ricoverati nelle due Rianimazioni”.

Durante quei giorni difficili, la Fp Cgil di Atri “ha esposto queste problematiche a chi di dovere. Con senso di responsabilità – rivendicano Tosi e Di Marco – non ha usato la stampa per denunciare le carenze e le criticità, ha evitato la visibilità mediatica non volendo ulteriormente preoccupare la popolazione, ma le richieste avanzate non hanno avuto nessuna risposta o soluzione”. Ora, superata la fase d’emergenza, il sindacato ha consultato con gli strumenti a disposizione (web e WhatsApp) iscritti e simpatizzanti per raccogliere le loro proposte sulla fase due del San Liberatore. “La maggioranza dei lavoratori da noi contattati – spiegano Tosi e Di Marco – ha espresso parere negativo sulla divisione del San Liberatore in un’ala Covid e una no-Covid, vuole il ripristino dell’ospedale con la completa funzionalità di tutte le Unità operative e dei servizi, consapevole che un ospedale ridimensionato non possa erogare a pieno tutte le prestazioni  precedenti la pandemia. L’alternativa alla zona no-CoVid – suggerisce la Fp Cgil – è quella di ristrutturare, anche con un eventuale ampliamento, la palazzina adiacente l’ospedale che ora ospita il Distretto sanitario, che potrebbe essere trasferito in un piano dell’ospedale dove era allocato fino a qualche mese fa. Questa struttura, alla fine dell’emergenza, non si trasformerebbe in una cattedrale nel deserto, infatti potrebbe essere utilizzata come RSA o come reparto per la riabilitazione ortopedica”.

Il timore espresso dai due sindacalisti è che “nessuno può sapere quando il Covid sarà sconfitto e la funzionalità dell’ospedale San Liberatore potrebbe essere compromessa per troppo tempo”. Se l’emergenza dovesse ripresentarsi, “chi ci assicura che chirurghi del calibro di Paone, Liberatore, Fascione e Narcisi aspetteranno il ripristino della completa funzionalità dell’ospedale?”, domandano Tosi e Di Marco. “Crediamo che le decisioni sul futuro del San Liberatore vadano partecipate e quanto più possibile condivise. Non vorremmo che le stesse siano state già prese non tenendo in considerazione le nostre riflessioni e le nostre proposte, a cui aggiungiamo, tra le molte perplessità e dubbi che ci attanagliano, una curiosità: dove troveranno gli anestesisti per gestire le sale operatorie e le due Rianimazioni, una Covid ed una free? Non ci vengano a raccontare che a breve l’ala Covid sarà smantellata (altrimenti non si giustificano neppure gli investimenti annunciati su Pescara), gli scienziati non hanno assolutamente escluso una seconda ondata pandemica ed infatti l’Unità di crisi ha previsto un’eventuale nuova riconversione di tutto il presidio se ciò dovesse accadere”. La FP Cgil, conclude la nota, “non permetterà che i lavoratori dell’ospedale di Atri corrano il rischio di lavorare per anni in una struttura Covid che non garantisca la sicurezza degli operatori e dei pazienti”. La richiesta è che i reparti del vecchio padiglione vengano dotati di camere singole a pressione negativa con pareti lavabili, servizi igienici all’interno, ingresso dotato di lavelli, percorsi sporchi e puliti, una dotazione organica adeguata per un paziente che necessita di una assistenza intensa, numero adeguato ed idoneo di DPI ed infine spogliatoi idonei dotati di docce. “Se la Asl di Teramo non adeguerà il vecchio padiglione del San Liberatore secondo le indicazioni qui appena accennate – concludono Tosi e Di Marco – avvieremo i necessari ricorsi per via amministrativa, impugnando gli atti, oltre a rivolgerci alla giustizia ordinaria, con denuncia alla Procura, per la tutela, il benessere e il diritto alla salute delle lavoratrici e dei lavoratori del presidio ospedaliero di Atri”.

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