“Segre. Come il fiume”: al teatro di Teramo la testimonianza della Shoah

“Segre. Come il fiume”: al teatro di Teramo la testimonianza della Shoah

Dopo il successo del concerto dell’Orchestra Sinfonica del Conservatorio Braga che lunedì ha incantato il pubblico entusiasta con un programma dedicato al racconto della Shoah, continuano le attività teatrali di ACS Abruzzo e Molise Circuito Spettacolo collegate al Giorno della Memoria. Mercoledì 29 gennaio, al Teatro Comunale di Teramo, la matinée è stata dedicata ad un lavoro delicato e intenso, “Segre. Come il fiume”, scritto e diretto da Antonio Tucci e interpretato da Alberta Cipriani, alla quale hanno partecipato gli alunni della scuola media D’Alessandro di Teramo, dell’Istituto Comprensivo di Montorio, della scuola media Savini Teramo, del Polo Liceale Illuminati di Atri. Scrive Tucci nelle note di regia: “Oggi si vanno sempre più diffondendo forme di razzismo, di intolleranza e di violenza verso i “diversi”, di cancellazione umana, alimentate oltretutto da situazioni di disagio sul mercato del lavoro e dai fenomeni migratori verso l’Europa: da un momento all’altro possono aprire la via a nuove tragedie. La memoria della Shoah può servire a favorire iniziative per reagire ai massacri del nostro tempo. Lo spettacolo raccoglie le memorie, dalla sua viva voce, di una testimone d’eccezione in una narrazione cruda e commovente, ripercorrendo la sua infanzia, il rapporto con l’adorato papà Alberto, le persecuzioni razziali, il lager, la vita libera e la gioia ritrovata grazie all’amore del marito Alfredo e ai tre figli”.

Liliana Segre ha otto anni quando, nel 1938, le leggi razziali fasciste si abbattono con violenza su di lei e sulla sua famiglia. Discriminata come “alunna di razza ebraica”, viene espulsa da scuola e a poco a poco il suo mondo si sgretola: diventa “invisibile” agli occhi delle sue amiche, è costretta a nascondersi e a fuggire fino al drammatico arresto sul confine svizzero che aprirà a lei e al suo papà i cancelli di Auschwitz. Dal lager ritornerà sola, ragazzina orfana tra le macerie di una Milano appena uscita dalla guerra, in un Paese che non ha nessuna voglia di ricordare il recente passato né di ascoltarla. Dopo trent’anni di silenzio, una drammatica depressione la costringe a fare i conti con la sua storia e la sua identità ebraica a lungo rimossa. “Scegliere di raccontare è stato come accogliere nella mia vita la delusione che avevo cercato di dimenticare di quella bambina di otto anni espulsa dal suo mondo. E con lei il mio essere ebrea”.

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